La camera delle

Meraviglie

Michele Roccotelli: una vita per l’arte

Michele Roccotelli, nato a Minervino Murge, ha cominciato ad esporre nel 1968 e da allora ha allestito numerosissime personali. Presente in importanti rassegne nazionali e fiere d’arte contemporanea, sempre ospitato da prestigiose gallerie italiane, dove espone in permanenza da  circa  trenta  anni come  negli  spazi  espositivi  della  Ghelfi di Verona. Presente a Napoli, nel Castel dell’Ovo, con la personale “mediTERRANEO”, mostra trasferita poi a Bruxelles nella sede del Parlamento Europeo. Torna a  Napoli  esponendo  le  sue  più  importanti  opere  sul tema “La Camera delle Meraviglie” che ha proposto negli  spazi  espositivi  in  Germania,  Austria  e  Svizzera. Intanto  viene  continuamente  convocato  per  personali  e retrospettive quale significativo rappresentante della pittura locale e si dedica alla ceramica prendendo spunto  dalle  forme  e  tecniche  pugliesi  per  invenzioni  sempre nuove. Partecipa alle Biennali d’arte ed è più volte insignito di importanti premi. Numerosi e di prestigio i cataloghi pubblicatigli da rinomati istituti culturali,  con interventi di critici di chiara fama conservati al Thomas J. Waston Library del The Metropolitan Museum of Art di  New  York.  Le  ultime  personali  inglobano  opere  di  pittura di grande formato, ceramiche, sculture, lavori di riciclo di oggetti di scarto ma rivissuti con il suo particolare timbro creativo, fatto di colori e materie. Instancabile  Maestro  d’arte  per  allievi  di  talento  nell’Accademia  Margherita  di  Bari,  prepara  con  loro  mostre  in  gallerie d’arte e spazi espositivi pubblici e privati.

Recensioni

Toti Carpentieri

Dentro ad un abbraccio puoi fare
di tutto.

Paulo
Coelho

 

 

DIPINGERE L’ETERNITA’

Il senso di un “Embrace

 

Ci
accade sovente nell’esercizio di quello che è il mestiere del critico d’arte,
ma ancor più in quest’occasione (la messa in cantiere di “Embrace”, la
personale di Michele Roccotelli  artista
dalla molteplice, durevole e importante creatività), chiedersi quale sia il
ruolo dell’arte, e quale quello dell’artista. A prescindere dalle circostanze/eventi
nei quali i due interrogativi si manifestano, o si possono manifestare,  in maniera più o meno pacifica e/o
conflittuale.

Per
cercare di rispondere ai due quesiti, in questo loro più immediato ri/proporsi,
ci piace fare esplicito riferimento allo strumentalismo del filosofo e
pedagogista statunitense John Dewey, ovvero a quel suo considerare l’esperienza
(anche quella artistica del fare) quale rapporto interattivo tra l’uomo e
l’ambiente, riconoscendole il potere dell’estensione del pensiero e il suo
divenire realmente educativa nel momento in cui promuove lo sviluppo e il
potenziamento razionale dell’individuo. Bisogna, quindi,  partire dalla constatazione/conferma che
l’uno (l’artista) e l’altra (l’arte), e quell’altro ancora che è il fruitore
dell’opera d’arte, appartengono tutti alla normale quotidianità del vivere,
nella quale appunto l’attività/esperienza creativa si manifesta e attualizza
inventando significati. Spesso, a prescindere dal linguaggio utilizzato,
rivendicando/assumendo un ruolo comunicativo fondamentale e prioritario, in
quella sua  plurima sensorialità legata
al vedere, al sentire e al toccare, e, quindi, al suo poter essere musica,
video, architettura, cinema, oltre che pittura e scultura. Nella conferma, come
accade appunto in Michele Roccotelli, della sincrona continuità tra arte ed
esperienza. Riconoscendo all’immaginazione, e quindi all’esercizio della
fantasia, la capacità, tra intuizioni, progetti e utopie, di modificare il
reale, o meglio di pervenire ad una sua più profonda e pertinente conoscenza
evolutiva. Quella che consente all’artista, in particolari situazioni, di
andare oltre il ripetersi/riproporsi di fatti/sentimenti/emozioni per approdare
ad una differente modalità di relazionarsi con se stesso e con quanto gli è
intorno, conferendo all’arte e al suo manifestarsi, ovvero all’opera, il
superamento del puro e semplice aspetto formale/materiale, per divenire una
congèrie di percezioni, emozioni e passioni. 

Come,
in realtà, è accaduto a Michele Roccotelli in questi due anni e passa appena
trascorsi. E come, a ben guardare, sta ancora accadendo a lui e a tutti noi,
tra un’epidemia infinita (della quale per alcuni versi siamo anche responsabili/colpevoli)
e il ritorno, con sempre maggior virulenza, di quello status di belligeranza
permanente, tipico dell’umano genere, a lungo e fortunatamente, dimenticato. Portandoci,
l’artista incluso, a nuove ed impreviste, oltre che imprevedibili modalità del
vivere, contraddistinte ad un’infinità di progressive, e talvolta, perfino
problematiche e dolorose rinunce, quali l’incontro, il dialogo, la
partecipazione, la vicinanza, l’abbraccio. Emergenza, quest’ultima, concreta e
tangibile su cui riflettere ed interrogarsi, e con cui interagire. Partendo,
ovviamente, dall’etimologia del termine, e quindi dal suo significare “cingere
e chiudere tra le braccia” (che ci rimanda a Giacomino Pugliese e all’inizio
del XIII secolo), e dai
suoi sinonimi che, secondo il Pittàno, vanno da stretta ad amplesso.

Cos’è allora l’abbraccio? Un gesto, un movimento delle braccia che stringe
e avvolge l’altro a sé,
una
dimostrazione di affetto, di intensa partecipazione o di amore, consistente
nell’accogliere o nell’attrarre l’altra persona”. Un’azione, che va ben oltre
il contatto fisico per essere anche immediatezza, pensiero, emotività,
rapporto, sintonia, dialogo senza parole, che in questo lungo momento ci è
maledettamente mancato, privandoci della sua immaginifica magia.

Quella di cui scrive Pablo Neruda in una
sua indimenticata poesia, chiedendosi dapprima:
Quanti significati sono celati dietro un abbraccio?”,  per poi aggiungere: “Esistono molti tipi di
abbracci
”, e quindi concludere: “Ma il più delle volte un abbraccio/è
staccare un pezzettino di sé/per donarlo all’altro/affinché possa continuare il
proprio cammino meno solo
”.
Ma anche ed ancor più, quella percepibile nelle
tante maniere e nelle tante materie in cui l’abbraccio è stato raffigurato
dagli artisti nel corso dei secoli, a partire da “Memi e Sabu” l’egizio calcare
dipinto del 2575-2465 a.C. per poi giungere alle infinite raffigurazioni di
Renato Guttuso degli anni Ottanta, passando per il Beato Angelico, Peter Paul
Rubens, Elisabeth Le Brun, Antonio Canova, Paolo Troubetzkoy, Pablo Picasso,
Umberto Boccioni, Gustav Klimt, Oskar Kokoschka, Marc Chagall, Giorgio De
Chirico, Egon Schiele, Henri Matisse e tantissimi altri. Fino allo sciame di  “Embrace” di Michele Roccotteli, che
costituiscono il risultato più recente della sua intensa/proficua energia
immaginativa e il corpus di questa mostra/percorso.

Da
leggere secondo differenti tracciati e modalità, tenendo ben presenti alcuni
presupposti da cui non poter prescindere. Primo tra tutti il tempo del fare,
con il localizzarsi della totalità delle opere nel quinquennio che va dal duemiladiciotto
al duemilaventidue, tranne due che dal duemilaventi vanno indietro di ben sei
anni confermando così la continuità operativa ben evidente nell’analisi del suo
modus operandi, assolutamente personale e coerente. Ribadita, a ben guardare,
nelle altre opere dislocate negli anni, nelle quali le precedenti attenzioni
tematiche di Roccotelli, tutte legate alla naturalità, urbana o ancora più
ampia, si modificano secondo un’astrazione progressiva, assumendo nuove
connotazioni/sembianze più figurali. Puranco embrionali, ma assolutamente tali.
Quindi il colore e la materia, l’una  propedeutica
all’altro e viceversa, nella costruzione di uno spazio pittorico astratto nel
quale i punti di osservazione si moltiplicano e si sovrappongono, tra ristagni
cromatici ed improvvise linee di fuga effervescenti che alludono a forme ben
identificate ed identificanti, giocando sull’allusione e sul ricordo. Perfino
quello degli studi/approfondimenti  effettuati nel tempo e del mestiere a lungo
esercitato e manifesto. Astrazioni cromatiche ed espansioni dinamiche da cui
emergono corpi (quanti nudi, e quante aggettivazioni: seduto, sensuale,
piegato, roseo, plastico, frontale, laterale, giallo, dormiente …) di donna e
di uomo, e parti di essi: mani, profilo, rotondità, retro … . O forse, solo la
loro memoria, in quell’essere l’uno e/o l’altra, e l’uno e l’altra insieme.
Come, appunto, negli “Embrace” dell’ultimissimo periodo. Nei quali Michele
Roccotteli propone una sorta di geografia del corpo, vista attraverso la tematica
dell’abbraccio con il suo essere materico, naturale, informe, rosso, avvolgente,
audace … nella ri/scoperta del bacio 
(giallo,  notturno, … e
strutturato in polittici) … e infine in quella fusione di corpi che è l’amplesso.
Facendoci riandare ad alcune sue precedenti prove, ma anche e nuovamente, al
lungo percorso della storia dell’arte e a quel suo costante muoversi tra
sensualità ed erotismo, spingendoci a ri/fermarci su questi suoi recentissimi
dipinti che, in un crescendo di intensità emotiva, attualizzano la proiezione
della fisicità dei corpi in quella dimensione immaginativa, misteriosa e
misterica che caratterizza l’animo umano e identifica i  sentimenti. Approdando a “
La petite seconde d’éternité/Où tu m’as
embrassé/Ou je t’ai embrassée
”, di cui scrive Jacques Prévert, ovvero
alla sospensione del tempo.

 

                                                                                                                    

Yvonne Carbonaro

Roccotelli, con lo spirito candido del fanciullo sempre pronto a stupirsi di fronte ai miracoli della natura, è alla perenne ammirazione della Bellezza, eterea luminosa impalpabile divinità che venera offrendole doni di immaginifica trasfigurazione. Il percorso creativo tra figurativo e astratto si snoda di scoperta in scoperta e dunque di offerta in offerta: il mare azzurrissimo, calmo o tempestoso di spume, la flora mediterranea di mille colori, l’affettuosa nostalgia delle sue cittadine pugliesi, gli oggetti riciclati a dignità artistica, l’innamoramento per Mirò e Picasso, i luoghi d’Italia e del mondo che ospitano le sue mostre. Ogni emozione viene restituita nella rielaborazione di un’incontenibile fantasia creatrice che nel suo continuo indagare alla ricerca del bello inevitabilmente finisce per approdare alla perfezione del corpo umano, soprattutto femminile, immortalata dalle marmoree Veneri ellenistiche ammiccanti nella morbidezza delle forme. I nudi di Roccotelli sono più che ammiccanti: esplicitamente esplodono in una prorompente sensualità che induce all’accostamento dei corpi. “Embrace”: sogno erotico di un abbraccio denso di fremiti di desiderio che è promessa e preludio al piacere dell’incontro totale.

Lino Patruno

Michele Roccotelli: una vita per l’arte Altro che retorica di vita d’artista. Quando aveva 14 anni, Michele lasciò Minervino Murge per venire a studiare a Bari, la grande città in cui perdersi. Abitava all’estrema campagna di periferia, e l’istituto d’arte era dal lato opposto. Nelle assonnate prime mattine, lo si vedeva a piedi con grossi rotoli di carta sotto il braccio, a piedi ed erano chilometri. E passava anche per il mare, completando, con la terra e il cielo, la santissima trinità che lo farà diventare Roccotelli. Dai tempi del sacrificio veniva del resto, nato nel 1946, il più piccolo di una famiglia di nove figli (cinque rimasti in vita), ma quando ancora si poteva sognare un futuro. Famiglia con un pezzo di terra, trecento mandorli e una casetta, ma poi venduto. Un piccolo negozio di generi alimentari gestito dal padre e con la madre che faceva la panettiera: quindi pane che non solo metaforicamente non mancava mai come sempre nella civiltà contadina. E una voglia di disegnare e dipingere che un cugino capì subito dove avrebbe portato. Vecchi lenzuoli, logori e stinti, gli dava la madre perché lui potesse cominciare ad essere ciò che sarebbe stato, e fogli di carta gialla da formaggio, e chiodi arrugginiti a dare l’idea della tavolozza. E poi lì, a scuola, l’ispirazione che diventava tecnica. Tra colori primari e complementari. Tra linea e forma. Tra toni, semitoni, spazi, pause, come ha ricordato il suo maestro di discipline pittoriche, un nome del prestigio di Francesco Spizzico. Poi il perfezionamento degli studi a Roma, e una iniziale frequenza di studi di architettura. Ma l’arte fremeva. Ora l’atelier di Michele Roccotelli a Bari rievoca, e neanche questa è retorica, la Parigi romantica dell’esodo di tanti maledetti che sarebbero diventati giganti restando maledetti. Un vecchio cortile. E alte volte bombate, e pietra viva, e archi, e una fantasmagoria di barattoli di colore che farebbero e fanno la gioia del fanciullino che è in tutti noi. E di sicuro anche in lui. Un mondo incantato di colore che ha fatto giustamente dire allo scrittore Raffaele Nigro, ricordando che Roccotelli . Roccotelli . Roccotelli è la Puglia. La Puglia dell’oro dei campi di grano, del rosso dei pomodori, del giallo delle sabbie, del verde degli ulivi, del bianco del sale, del blu delle onde. La Puglia, della quale egli stesso parla con quella sua aria mite e pacata e tutt’altro che maledetta, col sorriso buono ma il piglio contagioso e rassicurante di chi si è fatto da sé, di chi viene dal poco. Ché poi ben altro piglio quando, indossato il camice e posata la tela, esplode nei suoi gesti d’artista che sono tutto uno spettacolo. Alla Nigro appunto. Ora mazzate ora carezze, ora strisciate ora toccate, ora soste ora fughe sulla superficie inanimata che diventa respiro, e anima, e pulsazione, ed emozione che ci parla e vive: natura viva, altro che natura morta. Il prodigio di Roccotelli in azione. Come tutti i grandi artisti, Roccotelli ha raccolto per donare. Ha raccolto, racconta, dai rovi di una Murgia pietrosa, spinosa di asfodeli, viscida di muschio profumato, di bassi ginepri, di calde dune chiazzate di pruno o rosmarino selvatico, di mortella verdeggiante. Può sembrare una lezione di botanica, è una lezione di mistica. Il fatto è che Roccotelli non sarebbe Roccotelli senza la macchia mediterranea. E Roccotelli non sarebbe Roccotelli senza la pietra di Puglia diventata cattedrali, e tetti, e chianche. Vedi le sue tele, e scopri una basilica, e uno squarcio di centro storico, e una casedda. Né Roccotelli sarebbe Roccotelli senza i reperti di una Puglia che fu. Anche in questo il suo atelier è una Wunderkammer, una di quelle Stanze delle Meraviglie nelle quali fra Barocco e Illuminismo si collezionavano oggetti straordinari. Ti aggiri fra pile di tele e odori di vernici e ti imbatti ora in una vecchia finestra che sotto le sue mani e il suo genio riprende a fiorire. Ora in una vecchia sedia da rigattiere che occhieggia sorniona. Ora in una damigiana che troneggia da lume. Ora in un sasso rianimato in gnomo. Ora in piatti promossi in quadri. Ora in un tronco nobilitato in scultura. La scultura, altra passione di Michele. La ceramica. Come le poesie, che con modestia e passione ma sorprendente bellezza accompagnano molte delle sue opere, l’altra faccia della sua sensibilità. Hanno scritto di Roccotelli i più accreditati critici. Da quel 1968 della prima mostra, ha esposto in tutt’Italia e in mezzo mondo, dagli Stati Uniti, al Canada, alla Germania, all’Austria, alla Svizzera, in Belgio (Parlamento Europeo), a Singapore e Dubai. E premi ovunque. Dipinge e crea da 48 anni, dice guardandoti con infantile stupore. Continua a lavorare otto ore al giorno e ogni giorno. Qualche lezione di qua e di là dopo aver lasciato l’insegnamento molti anni fa. Ha un altro studio nella sua Minervino, uno nel buen retiro estivo di Rosa Marina fra le dune di sabbia e gli ulivi centenari. Ritorna verso la tela e spiega, vedete, il colore si asciuga e prende corpo, è come se si muova, un po’ più di giallo, rafforza il rosso. E così si diffonde la magia. E di fronte al prodigio che poco a poco sulla tela sotto la sua mano e il suo spirito si compie, ti chiedi se sia più vero il mondo lì fuori o quello suo lì dentro, se lui sia l’originale o la copia. Roccotelli è l’inconscio di tutti noi.

A Bari le opere di Michele Roccotelli sono esposte dal 2021 nella galleria Passepartou, spazio diretta mirabilmente dagli amici dell’artista Pierpaolo de Paolis e dal collega Antonio Gigante.

Sergio Rubini

Quando giri un film la cosa che preoccupa di più è la luce degli esterni. In che condizione luminosa troverai la location quando andrai a girarci la scena?
L’augurio principale – non potendo aspettare per ogni scena la luce “giusta”, sarebbero guai per il produttore! – è che questa corrisponda al senso della scena che vi girerai dentro.
Il senso infatti di ogni scena è stato immaginato prima, nella fase di scrittura, e di conseguenza per ogni diverso stato d’animo da raccontare è stata immaginata anche, o evocata, una determinata luce.

Ogni stato d’animo ha la sua luce, per questo ti auguri che se la tua scena ha bisogno del sole, quel giorno quando ci vai a girare ci sia il sole, o le nuvole se pensi che “quell’addio” diventi più forte sotto un cielo che sa di pianto. La stessa “preoccupazione” anima il lavoro intero di Roccotelli: raccontare la sua idea di mondo, i suoi stati d’animo attraverso un abbaglio di luce, la parvenza di una visione. È un mondo in cui la natura gioca un ruolo fondamentale ed è sempre presente.
Una natura fatta di mare, onde, fiori, uccelli che lascia le sue tracce attraverso lo sfarfallio di un colore.
Sensuale ma anche magmatica com’è la materia all’origine. C’è una percezione del mondo nei quadri di Roccotelli che è tutta di un uomo del sud: perennemente in bilico tra la dimensione quotidiana stabile e geometrica, e quella astratta dell’altrove, della metafisica, della magia.

Superstizione e magia si nutrono della luce del sud.
È grazie allo stordimento procurato da quella luce che puoi affacciarti su un mondo in cui le cose non hanno forma e in cui i sensi ti rendono parte integrante di un tutto. I quadri di Roccotelli sono appunto delle finestre, ti affacci e prepotentemente vieni ghermito da una visione che porta con sé gli odori, i suoni, le ombre, gli scontri, la saggezza nonché il mistero del caos di una cultura ancestrale romantica e pervasiva.

Vittorio Sgarbi

Narratore di sequenze simboliche, ogni suo quadro scandisce segnali cromatici e tonali solenni, tagli e ricomposizioni di un itinerario figurale concretizzato attraverso lo slittamento di sagome pittoriche quasi veristiche. Ma in essi consiste soprattutto la rivelazione del desiderio dell’artista di fare del proprio lavoro la testimonianza di una tensione partecipativa, di un’identificazione amorosa.
Questa natura inondata di colore gioca una sorta di sfida col silenzio, modulandosi in ritmi che hanno l’andamento di una partitura musi- cale. Non c’è tanto la presenza di un paesaggio, quanto la restituzione, in una chiave primitiva – e persino cruda a causa della fermezza del tracciato – di un sentimento dove la definizione è scomposta in un ordito complesso fatto di tessere e momenti visivi riconoscibili se isolati, ma funzionali ad una visione corale complessivamente compatta.

Raffaele Nigro

Guardo i campi incendiati di Van Gogh, le papaverate di Monet e le prospettive arroventate di Matisse. Se non li conoscessi li scambierei per luoghi e autori mediterranei, nati nell’arsura del Magreb o bruciati vivi dall’afa della Murgia o dal calore salato del Tavoliere pugliese. Michele Roccotelli incendia le tele e fa guerra al buio con la ferocia del colore alla stessa maniera, anzi, con maggiore veemenza, come certe volte Dali quando scaglia adirato i pennelli contro le tele o lascia colare gli inchiostri sui fogli, come si usa nei macelli, quando si scannano le bestie. Roccotelli scanna lo scialbore, il vuoto e il nulla e dalla loro gola fa coagulare i colori, come dice il Vecchio Testamento che Mosè percosse la pietra e fece fluire le acque. Roccotelli vuotò i calamai della fantasia e imbrattò i cieli la terra le campagne i colli.
Inventò il mondo colorato.

Francesco Giorgino

Ero un bambino, curioso e immerso nei percorsi rapidi e sazi della fantasia, quando mi sono imbattuto per la prima volta in un dipinto di Michele Roccotelli.
Ero attratto, mentre girovagavo come una trattola nel salone della casa paterna ad Andria, dai colori dei suoi quadri che davano movimento e una forma più sinuosa alle pareti bianche e squadrate: colori che restituivano un bagliore, un’idea, una sensazione, una suggestione, un’emozione.
Rivedere oggi quei dipinti (e altri molto più recenti) con gli occhi di un uomo che ha fatto della comunicazione la propria ragione di vita, ha incrementato in me il desiderio di conoscere più a fondo la fonte di un’ispirazione tanto marcata, quanto polisemica anche perché evidentemente policromatica.
La semiotica, di cui si nutre gran parte degli studi sulla media-culture, ama carpire lo spazio di retroscena (per dirla con le parole di Goffman) di un’opera, di uno scritto, di una pellicola, insomma di una qualsiasi manifestazione del pensiero o dell’arte, dividendo il doppio piano della denotazione e della connotazione (cioè di quel processo che genera sempre e comunque il conferimento di senso alle cose) con le categorie del “significante” e del “significato”.
Il primo, il significante, è il vettore del senso.
Il secondo, il significato, è ciò che esso evoca.
Le opere di Roccotelli hanno”segni” riconoscibili, a tratti indelebili, molto spesso capaci di insinuarsi in modo definitivo nella memoria, fino a renderne l’autore un pittore fra i più apprezzati. Ma esse hanno anche un significato che prevale su tutti gli altri possibili e persino su quelli più probabili: il legame con il territorio.
È la Puglia, con la sua storia e la sua tradizione, con le sue bellezze naturali e i tratti distintivi della sua straordinaria popolazione, a consentire a questo artista nato nelle colline murgesi di aprire i rubinetti di una creatività mai scontata, anzi sempre ansiosa di scoprire qualcosa di nuovo e di non raccontato, persino in quei territori che egli ha avuto modo di rappresentare in passato, senza risparmio alcuno.
È un legame ancestrale quello di Roccotelli con la Puglia e ancor prima con la pugliesità.
Un legame che sgorga e, al tempo stesso, sfocia in una identità radicata, mai liquida, poiché percepita, vissuta, testimoniata, elevata a paradigma, capace di assumere le sembianze di un efficace conduttore di sistemi valoriali, che si sostanziano in geometrie variabili e in quella non comune capacità di scomporre e ricomporre i colori: ovvero le diverse tonalità dell’esperienza umana.
Il destino ha voluto che scrivessi queste righe, mentre tornavo in treno da Assisi. Man mano che si allontanava dal mio orizzonte visivo il simbolo più ingombrante del francescanesimo, si faceva forte in me il convincimento che una delle manifestazioni più alte della fede è certamente rintracciabile nella capacità (non frequente, per la verità) di coniugare fra loro, legandoli in un abbraccio indissolubile, tutte le espressioni del Creato, quel Creato che nei quadri di Roccotelli trova forma e consistenza in un’onda del mare, in un falcone, in una cattedrale, in una radura dal sapore e dall’odore mediterraneo e in tanto altro ancora.
La sua è una pennellata che cerca la natura circostante e che quando la trova gratifica una filosofia, per il tramite della quale l’uomo è parte di un

tutt’uno.

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